L’odore della carta

07/11/2012 § 4 commenti

No, se state cercando verità nascoste e innovative sulla diatriba “carta” vs “digitale” vi dico subito che non è cosa. Il titolo non riguarda nemmeno le elezioni Americane. Il titolo l’ho scelto solo per l’indicizzazione, si sa, l’odore della carta tira, su internet. Non è vero: la carta c’entra, ma solo un po’.

L’altro giorno mi è capitato di dover cercare un giornale in edicola, uno di quei giornali che non vedi l’ora che esca, un po’ come gli album di figurine da bambini o il TOPOLINO con in allegato i pezzi dell’aggeggio da montare. Voi ve la ricordate la sensazione di entrare in un edicola da bambini? Le buste regalo, il Crystal Ball, le 500 lire.

Così stai lì a stalkerare il tuo edicolante di fiducia e a girarti tutte le edicole della provincia. Se non vi è mai successo: mi dispiace un pochino per voi.
Io di edicole ne ho girate 3 o 4 e niente, il giornale non c’era, allora mi sono detta: “Forza, aspetta solo due giorni e lo prendi a Roma, o alla peggio a Milano”. Domenica parto, arrivo a Roma, 10 minuti disponibili tra un treno e l’altro, mi piazzo davanti all’edicola a Roma Termini e, mentre guardo i giornali esposti per individuare quello di mio interesse, mi passano davanti almeno 6 persone. Ma vabbè. L’ultima tipa prima di me chiede “Libero” all’edicolante e, mentre cerca gli spicci per pagare, è arrivato il mio turno. Io mi prendo un attimo male a chiedere il mio giornale con quella tipa lì di fianco… No, non dovevo prendere un porno, bensì IL MALE di Vauro e Vincino.

Allora temporeggio e pronuncio il nome del giornale sottovoce, l’edicolante percepisce i miei suoni e mi porge finalmente la mia copia. È una situazione estrema, lascia fare, per una low-profile come me.

Salgo sul treno, leggo tutte le vignette varie, il capolavoro di Makkox, il pezzo di Johnny Palomba, le battute di Spinoza ecc ecc. Il metodo è: primo passaggio di lettura veloce dall’inizio alla fine e poi secondo passaggio più meticoloso. Si fa così, no?

Poi a un certo punto, lì in mezzo, ci sono io, giuro!
Sono lì a parlare, in maniera intelligente e per niente sbrigativa, del mondo dei bloggerZ. Compendio talmente serio che ci ho messo persino la faccia a garanzia di qualità.

Il n°41 de IL MALE resterà in edicola per ben due settimane, avrete la possibilità di avermi sul comodino, pensateci.

La foto l’ho sfocata apposta, così non vi tolgo il piacere di girare per qualche edicola, sbirciare nei contenitori delle figurine e vedere se “Cioè” esiste ancora.

Un grazie e un po’ di più a Dario Campagna, colui che ha pensato a me e al quale devo due cosette da un po’.

Ricordati dell’esperienza

05/09/2012 § 7 commenti

Mai come questo periodo mi sta capitando di dovermi separare da persone, cose, fatti. I motivi sono disparati e nulla che esuli dalla normale amministrazione della vita di una 28enne. Se da una parte mi allontano, dall’altra mi avvicino, come le palline del flipper che finiscono tra i respingenti. Non è irrequietezza né insofferenza, semplicemente capita: è quell’anno in cui sembra non esistere terra che tenga e dove le certezze  le vai a cercare in una birra e in un pacco di patatine (rigorosamente rigate) quando torni a casa dal lavoro. Quell’anno per me è il 2012 e spero davvero non vada oltre, della cellulite ne ho abbastanza.

Insomma un po’ di cambiamenti mi stanno facendo pensare, assai, soprattutto quando sono a pochi battiti di palpebre dal sonno. Che fine fanno quelle persone, quelle cose, quei fatti da cui piano piano devo separarmi?

[AVVERTENZA: la pesantezza di quanto scritto di seguito potrebbe non essere sostenibile. Filosofia spicciola e introspezione si avvicenderanno in un discorso che non porterà assolutamente a nulla. Non troverete riferimenti e citazioni sebbene quello che sto per dire lo avrà detto di certo qualcun altro, qualche migliaio di anni fa. Ma io non è che posso sapere tutto.]

Proprio ieri sera, con la testa ben affondata nel cuscino come piace a me, mi chiedevo quale fosse la differenza tra i ricordi, quelli lontani, quelli che ci hanno dato piacere, sofferenza, imbarazzo e via dicendo, e l’esperienza, quella cosa che viviamo tutti i giorni a partire da quando mettiamo il piede (destro) giù dal letto e che lo stesso ci dà piacere, sofferenza imbarazzo e via dicendo. Parrebbe dunque una differenza solo temporale, no? I ricordi nel passato remoto, l’esperienza nel presente e, al massimo, nel passato prossimo. Quest’ultima frase sembra uscita dal mio libro di filosofia delle superiori, per questo vi chiedo venia e, se andate a letto: buonanotte, vi capisco, se invece rimanete, fate silenzio e stappate una birra.

Vabbè, ma quindi la differenza? Ocio che parte l’elucubrazione.
Insomma l’esperienza è quella cosa che ti porti quasi addosso, tutti i giorni, radicata al corpo se vuoi, e che in qualche modo  ti obbliga a una fissità dalla quale non si può scappare, ti blocca, ti fa venire i brividi, ti condiziona ogni giorno e spesso e volentieri ti manda anche in discreta paranoia, c’hai ‘sta roba attaccata addosso e che a sua volta ti attacca a terra, un po’come una colata di pece in testa, ad opera di una betoniera. Oltretutto quella maledetta pece può portare portare parassiti, far da veicolo a robe brutte e farti ammalare perché stai appiccicato per terra e non puoi muoverti e le bestie ti salgono addosso. Insomma l’esperienza può tranquillamente farti essere un pioppo, o un cipresso o, per i più ottimisti, un albero da frutta.

Questa esperienza, però, prima o poi dovrà pure fare il suo tempo e abbandonarsi al passato, no? E allora evolve, come i Pokemon. La pece ti si stacca di dosso e quel miscuglio di roba diventa un’altra roba, una grande sfera omogenea fatta del materiale che vuoi tu: acqua, gomma, yogurt, pasta di mandorle, fa uguale, e se ne va a fluttuare lì, a mezz’aria, dove però tu puoi sempre vederla con la coda dell’occhio. Questa palla non si può ammalare più, perché non ha più nulla che le porti malattie, non si secca al sole bloccandoti, sta lì a farti compagnia perché non ha più l’imminenza a rovinarla. La mitica palla, però, una volta ti ha fatto soffrire, ridere, piangere, è stata una persona, un gatto, un collega, una bestemmia forte forte. E invece ora? Ora sta lì, innocua, e tu addirittura stai bene perché sai che c’è, perché a un certo punto non esistono ricordi buoni o ricordi cattivi, esistono ricordi che ci hanno fatto stare male, bene, ridere, dubitare, strillare ma sempre e solo ricordi sono, palle a tenuta stagna che nulla più possono su di noi, e alle quali ci siamo addirittura affezionati.

In definitiva io adesso mi sto scrollando di dosso un po’ di pece, certo non senza la dovuta fatica. Tra un po’ di tempo quello da cui mi sto separando starà tutto lì a fluttuare e, vi dirò, la palla sarà fatta di Didò e mi farà anche sorridere, perché come io ricordo sempre a me stessa, e a questo punto anche a voi, c’è il dentista da ammortizzare.

Di quando ero una tartaruga

06/12/2011 § 7 commenti

Chi mi conosce lo sa che non è che parli proprio tanto del mio passato, delle mie vicende, di quando ero una ragazzina sfigata. Ma non sfigata in senso negativo, sfigata perché avevo tutti i classici problemi da ragazzina sfigata: gli occhi debolucci, i denti sotto l’apparecchio fisso per anni, la schiena come il circuito del Mugello. Insomma: io a 13 anni, nel fiore della mia adolescenza, andavo a tre pistoni, invece che a quattro come tutte le mie amiche del tempo.

Verso i 12 anni, quando sei nell’età dello sviluppo, ai genitori scatta qualche meccanismo strano nella testa a causa del quale la loro rubrica si riempie di numeri di medici, specialisti, stregoni che per te e per il tuo futuro avranno solo sconfortanti parole (ma confortanti per le loro tasche).

Insomma la storia è che io crescevo in fretta, un centimetro in un mese è stato il mio record. La mia schiena si è trasformata ben presto in una “S” dorsale destra/lombare sinistra e la ginnastica correttiva, davanti a me, si faceva solo e giustamente delle grasse risate.

In pochissimo tempo io ero una di quelle col busto, quello brutto col collare e tutte le stecche di ferro, da mettere durante la notte, che poi uno mica cresce solo la notte? Ma vabbè.

Un giorno il busto non è bastato più e un medico ha pensato bene di trasformarmi in una tartaruga. Mi disse: “Tu, con quella schiena, quando un giorno sarai incinta, sarai costretta a passare tutta la gravidanza stesa sul divano, sarà rischiosissimo per te, il peso ti causerà tantissimi problemi, magari anche qualche ernia, per questo motivo dovremo metterti IL GESSO… E per almeno 6 MESI”.

Io quella frase lì non me la scordo mica, seduta sul lettino, lo sguardo fisso sulla faccia del dottore, con le lacrime che mi scendevano sulle guance, con troppa poca autorevolezza e troppi pochi anni per ribellarmi.

E insomma mi è toccato. Una tortura cinese che mi ha tirato collo e gambe, l’infermiera che continuava fastidiosamente a chiacchierare, la sala gessi che sembrava una carpenteria, i miei genitori senza parole, il respiro che a ogni tirata di brugola si affievoliva.

Per sei mesi, quando tutte le mie amiche compravano vestitini attillati, io ero una tartaruga, poco autosufficiente ma con una gran forza. Alla fine io a quel carapace mi ci ero anche un po’ affezionata, una volta ci feci anche una capriola sul letto dei miei. Poi me ne pentii, ma questa è un’altra storia.

Ogni tanto a quei tempi ci ripenso, a quello che facevo, a come lo facevo, ma soprattutto sto ancora qui a chiedermi se realmente siano serviti quei sei mesi da tartaruga visto che la mia schiena è ancora storta. Ma se non sono serviti per la mia schiena di certo sono serviti a qualcos’altro, ne sono certa, un po’ come tutte le cose che ci accadono durante l’arco della nostra vita.

Quei sei mesi mi sono serviti a essere una tartaruga, con una calma zen, una sicurezza da 5 stelle EuroNCAP ma tanta paura di ribaltarsi.

La foto è di Beni Ishaque Luthor

Non sembra ma ci sono

09/11/2011 § Lascia un commento

Non mi interessa se mi si nota di più se ci sono o non ci sono. Da qualche tempo non è che mi vada molto di stare a cazzeggiare davanti al computer. Ho imparato di nuovo a leggere la sera prima di andare a dormire ma soprattutto a lavorare nelle ore lavorative, perché spesso mi si nota di più se lavoro.

Noè una roba da “si stava meglio quando si stava peggio”, sia chiaro, è più un “mi voglio fare semplicemente i cazzi miei e mi bruciano gli occhi se sto troppo tempo davanti al computer”.

Mi manca davvero tanto la naturalezza di un gesto analogico fatto in pochi secondi, uno sguardo fugace, una telefonata di quelle alla “passi?” – “Sì dai, arrivo subito!”.

Ma ci ri-riuscirò, ah! Se ci ri-riuscirò!

Torno a lavoro.

 

 

Blogfest 2011: una nuova musica.

03/10/2011 § 1 Commento

Ci sono stata per il secondo anno di seguito, io.
Un sacco di gente, di cuscini, di organizzazione, di creme Nivea, di spritz, di Mac, di “ciao io sono…”.
Sponsor dalle attività accattivanti e ben organizzate, gente (giustamente e prevedibilmente) scremata rispetto al passato, la premiazione molto più corta rispetto al 2010, umidità più che accettabile, Sole per l’intera durata della manifestazione e nessun carabiniere a intimarci di staccare la musica.
Vip, semi-vip, blogstar “best before 2008”, svariati awards e speech, personaggi prevedibili, altri meno, nuove conoscenze e vecchie dignitosamente onorate.

Quest’anno alla Blogfest, davvero, si è visto l’impegno degli organizzatori, l’aver imparato dai fail precedenti (come è giusto che sia), la voglia di cambiare e offrire sempre di meglio a ‘sti quattro sciamannati che campano davanti al computer.

Avrete sicuramente già letto altro in giro per il web: nomi, aneddoti, impressioni, non sto qui a dilungarmi in particolarismi sentimentali: è ‘na certa e sono deflagrata dal viaggio. Non mi resta molto da aggiungere, se non una sola, importante, reiterata considerazione nata già dall’anno scorso: L’ANNO PROSSIMO, GIANLÙ, CAMBIA QUEL CAZZO DI DJ*.

 

*Sì, lo so benissimo chi è, e nonostante tutto, è uno che seleziona pezzi e bpm sfruttando il sofisticato criterio della tombola.

Questa è bella…

23/09/2011 § 9 commenti

La volete sapere?
Sono tornata a scrivere qui, poi se siano cose sensate o meno, interessanti o meno, boiate o meno, poco importa, uno “‘sticazzi” non si nega a nessuno.
Sono passata di qui perché oggi il mio Turbo Boss è passato a fare una visitina e mi ha cazziato ché l’ultimo post risale al 10 maggio. Ha ragione, cazzo se ha ragione.
I capi servono anche a questo: il capo ti conosce bene, ci passi più tempo che col tuo\a fidanzato\a e, se dobbiamo dirla tutta, è lui che nella maggior parte dei casi ti ha scelto.

Che poi in pratica, da quando ho cambiato lavoro, quissù non ci ho più scritto, perché? Boh.
Io sono una di quelle che scrive quando ne sente il bisogno, per questo forse non potrei mai scrivere un libro, non vado a comando, certe volte non mi vengono le parole, figuriamoci le frasi intere.

A parte queste considerazioni frutto di un flusso di coscienza di un giovedì sera che potrebbe anche essere un martedì o un mercoledì, ragionavo sul fatto che io la stagista l’ho fatta per tre mesi, volevo farci la storia infinita e invece sono stata talmente (s)fortunata da trovare lavori seri subito.

Insomma qui ci sto molto bene, lavoro in mezzo ai “blogghe” (gioie e dolori), scrivo un sacco, bevo caffé gratis, apro la porta col badge, scivolo assonnata per il lungo corridoio.

L’ufficio di “Stress and the City” si plasma su 9 donne, a rotazione in perenne sbattimento, e un santissimo uomo dall’ansia facile, James, un portatore sano di slides nonché un pugliese trapiantato a Milano (strano eh?) impegnato in questi giorni nella ricerca della ricetta perfetta di riso, patate e cozze. Ce l’ho di fronte, fa molto ridere e, a detta di colleghi e Turbo Boss siamo una bella coppia, io con quelli del sud mi ci sono sempre trovata bene. Che poi io ci tengo talmente tanto a lui (e alla sua salute mentale soprattutto) che oggi gli ho prestato una fantastica lettura: “Il metodo sticazzi”, deve imparare come funzionano le cose, altrimenti rischia di rimanere seppellito dalle slides.

Per ora è tutto bello, ah mi sono fatta anche quella tanto agognata vacanza, dopo 7 anni. Sono andata in Portogallo, più precisamente qui, ancora me la sogno di notte, ma non pensiamoci ché domani si rinforca il velocipede verso nuovi esaltanti semafori.

 

 

Impara l’arte e facci quello che ti pare, ma imparala.

10/05/2011 § 7 commenti

E insomma giornata strana quella di oggi… No, non perché ho compiuto la 27esima primavera. Mi piace compiere gli anni e lo faccio sempre volentieri, almeno fino ai 30, quando mi dicono scatenarsi la tragedia interiore e l’instabilità più violenta, ma non ci pensiamo.

Ore passate sotto tono, senza che si facessero tanare, la paura di non eseguire bene il mio lavoro, la voglia di fare ma non si è capito bene cosa, il Sole che c’è ma potrebbe fare di meglio.

Come direbbe mio padre: “Manca sempre un soldo per comporre una Lira”. Sì, c’ha ragione.

Il lavoro sta andando splendidamente eh, è incredibile come io riesca ancora a imparare: oggi ho decompresso un file .rar con un programma scelto a caso tra quelli proposti da Windows7, ad esempio. Ho finalmente memorizzato l’IBAN da comporre sul mio telefono prima di qualsiasi telefonata esterna, ho anche capito che non sono buona a impostare le regole per lo smistamento della posta elettronica (sì, Outlook).

Però sempre oggi ho scoperto che, in tutto questo tempo piallato, liscio, insospettabili, distinti e illuminati personaggi

  • usano la funzione “poke” di Facebook
  • ti fanno gli auguri con una foto che ti strappa il sorriso
  • ti inviano una mail, la prima, con poche parole, ma le più belle
  • ti contattano (sempre su Facebook) con un duepunti-parentesi (quella che sta sul 9), senza dirti nient’altro.

Un po’ di cose quindi le ho imparate anche oggi, e niente, l’importante è quello.

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