Quello che i vostri amici non vi dicono sulla musica che ascoltate

24/06/2013 § 5 commenti

Preeeeeendi una peeeezzaaa, impuuuugna il Cif, spruzzalo come fosse odioooooo, controquellocheèilmaledituttiigiorniiiiii, lo spooooorco, l’atarasssssiiiiiiaaaaaaa.
Una sigarettaaaaa, il caffèèèèèèèè, accomodato sul top della cucina in acciaoooooo, quell’acciaiooooo una volta lucidooooo e ora graffiato da una spugnaaaaaa ormai con le gambe e troppoooo ruvidaaaaaa.
Il sabatoooo, le pulizieeeee, quella lavatrice che non la finisce piùùùùù, la sociologiaaaa, Watzlawick e i suoi assiomi della comunicazioneeeeeee, Giolitti è mortoooooo, sììììì è proprio mortoooooo. È finito il Mister Muscolooooooo, questa città fa maleeeeeeee, inciampareeee sull’azaleaaaaa, la zanzarieraaaaaaaaaaaa attentacheèchiusachepoicivaiincontroequellasirompeeeeee porco demooooooonioooooo.
Il coniglio verdeeeee, l0 smalto sbeccatoooooo, le sportineeeee imprigionate in quella dimora bianca di fredda plaaaasticaaaa. Ma ci vogliamo bene cosìììììì, noi troppo stinti e troppo antaaaaniiiiiii, noi così viciniiiii ma anche così na na na na na na na aniiiiiiiiii.

Ecco, io non so se siete arrivati a leggere fino a qui dopo questo delirio, che ovviamente è sensatissimo, ma se così fosse: applausi, vi voglio bene.
Sto per scrivere qualcosa di spinoso, appuntito, che desterà scompiglio nel mondo della musica, quella musica di cui io non ne capisco una sempiterna fava (sì, mi denigro, fa sempre la sua figura).

Insomma stasera mi sono messa ad ascoltare quei cantanti che vanno di moda adesso, quelli che come nome d’arte scelgono il cognome, mi sa che si fanno fare il naming dal prof di Filosofia del Liceo, quello di cui parlano poi nelle canzoni, peraltro. Forse lo fanno per fare contrasto con quegli sgarzullini mainstream che escono dai talent, loro scelgono solo il nome invece. Ci avevate mai fatto caso? So’ bandiere pure quelle.
Ci sono questi qui che con la chitarrina si mettono lì a musicare quelle cose di tutti i giorni, quelle cose che trasudano normalità, socialismo, completi tartan, baffo curato, sedia di paglia, chitarra col battipenna deflagrato.

Ecco, proprio quelli lì, quelli lì non li sopporto. Mi sembrano tutti uguali, parlano delle stesse robe, a parer mio utilizzano anche quella stessa malata dovizia di particolari nel descrivere cose dal’alto margine di complessità  tipo: una lattina di Coca Cola, la città, la sabbia, Paolo, le biciclette, quello che c’è fuori dalla finestra, gli amici drogati, il lungomare, le banche, la pesca del tonno, Cristo che viaggia con le All Star, l’EURIBOR. Insomma: MA DE CHE STAMO A PARLA’?

Quelle metriche zoppe, quelle sincopi matte che non ti permettono di seguire una canzone con la melodia che ti sei fatto intesta, le paturnie da narratore omodiegetico (sì lo so che potrebbe stare bene in una di quelle canze), le situazioni folli, le iperboli, ma soprattutto l’ansia.

Li rispetto eh ma a me piacciono quelle robe che i pensieri ti ci si incastrano in mezzo e non te ne accorgi, che il cuore ti ci batte dietro in concerto senza però rischiare infarti, che ti ritrovi a guardare nel vuoto che poi arriva l’amico simpatico e ti sventola la mano davanti per farti ripigliare.

Chiedo scusa a tutti i miei amici e lettori che seguono il genere, ma stasera mi premeva di essere particolarmente franca con voi. Saranno stati i ravioli col burro e la salvia del mio balcone, o il cinghiale ieri sera.

Volevo solo dire che io al terzo pezzo ho la stessa stanchezza mentale di 2 ore e mezza di discorsi di ragazza-sconosciuta-problematica-incontrata-su-Intercity e vi volevo dire anche che per me, l’unico che può mozzare le metriche, affettarle, annodarle e rivoltarle come calzettini, è solo ed esclusivamente lui:

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