Caramelle, solo caramelle

14/06/2013 § Lascia un commento

Stava ascoltando gli 883, in una sera in cui era malaticcia e ingoiava caramelle per la gola come fossero ciliegie. Aveva ascoltato rock anni ’70 tutto il giorno e quindi si era deciso che di serietà ne aveva accumulata fin troppa.
Stava lì, stesa sul letto, adagiata su un piumone che non le andava di togliere. Chissà, magari lo avrebbe fatto l’indomani. Luce soffusa che partiva da una piccola lampada sul comodino dal colore indecifrabile. Rosa? Rosso? Boh. La finestra con la zanzariera abbassata per la prima volta nella stagione: finalmente aveva cominciato a far caldo e le zanzare si erano appena fatte sentire con due punture, quelle stronze.
Insomma lei era lì, ciondolava già da qualche ora, aveva voglia di uscire ma sarebbe stato tutto troppo complicato: lo sciopero dei mezzi, i dolori alle articolazioni per una giornata faticosa 24 ore prima, l’apparato respiratorio rovinato dal primo concerto all’aperto, svoltosi in un ambiente con umidità al 98% scesa in 4 minuti netti: non aveva più il fisico.

Prese il computer, se lo appoggiò sul basso ventre a scottare anche le cosce e si mise a scrivere, non sapeva bene di cosa, ma voleva scrivere.
Cinque minuti di sguardo vuoto sull’editor di testo, una pensata al titolo non andata a buon fine e le braccia stanche per colpa della tricotillomania. Sì, quando pensava e andava minimamente in paranoia si arrotolava ciocche di capelli attorno al dito indice, era un bagaglio emotivo non disfatto che si portava dietro da quando era bambina, lo faceva con la federa del suo cuscino antisoffocamento, abbandonato solo all’età di 13 anni. Le conosceva bene quelle ciocche, erano ormai sempre le stesse, alcuni punti davano più soddisfazione di altri ma non riusciva a capire il perché.
Si sentiva un po’ fuori posto, un po’ sbagliata e un po’ interrotta, ma non da una cosa in particolare bensì dal flusso generale di quello che le accadeva intorno. Quelle situazioni che non le stavano mai bene addosso, che facevano difetto, a volte addirittura la sfioravano e basta, lasciandola come quando qualcuno ti saluta, ti gasi, e ti rendi conto che sta agitando le braccia per quello dietro di te. Lei non ci riusciva a essere non coinvolta e per questo rimaneva spesso delusa a guardare quello che salutava quell’altro.

Stava lì ad aspettare qualcuno che la stupisse, che le dicesse “vieni con me”, che le insegnasse le tante cose che ancora non sapeva, che le facesse dimenticare di avere un cellulare con connessione dati. Ebbene sì, quando stava bene bene riusciva a scordarsene per giornate intere.

Aveva cominciato a scrivere, un paio di parole le aveva messe insieme, ma non sapeva comunque dove sarebbe andata a parare.
Ecco, no, non lo sapeva, quindi troncò il post in un punto indefinito della narrazione e decise di continuare beatamente a costruirsi castelli in aria, come solo lei sapeva fare e facendo ripartire la radio di Spotify da qui…

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